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Panoramica dei corsi di studio
L’offerta di formazione teologica dell’IBEI mira a servire nel miglior modo possibile una realtà eterogenea di potenziali studenti, da giovani appena diplomati, a professionisti in carriera e anziani. I diversi programmi sono inoltre concepiti in maniera progressiva, per poter servire sia coloro che vogliono semplicemente crescere nel proprio cammino personale ed avere una conoscenza più profonda della Parola di Dio, sia per potenziali pastori, missionari o servitori a pieno tempo.

Tutto il resto qui…

http://www.ibei.it/corsidistudio.htm

Preti 2.0

Risorse per preti online

Le risorse:

La prima grande risorsa è il social network dei sacerdoti, Pretionline ci mette in rete e offre l’opportunità di essere rintracciabili, chiunque può comunicare con noi per qualsiasi motivo e inviarci una mail senza che il nostro indirizzo sia visibile, evitando spam o inutili scocciatori.

Spesso ci troviamo nella situazione di dover preparare una catechesi, un incontro o una veglia, la risorsa per eccellenza è Qumran2 spazio aperto alla condivisione anche di quanto produciamo in proprio.

Per la preghiera io ho abbandonato da tempo i quattro volumi della liturgia delle ore (tranquilli prego ancora!), avendo un palmare a disposizione si possono versare i contenuti del sito di Maranathà Mobile utilizzando Avantgo. La comodità è tantissima, intanto non si perde tempo appresso a comuni e propri, infine il testo è sempre in tasca.

Aggiornarsi è sempre un problema, alcune riviste dedicate al clero, arrivano in abbonamento postale sempre in ritardo, anche nei contenuti che servono.
Segnalo il sito della Congregazione per il Clero, aggiornato con frequenza, una miniera per la nostra crescita, dalle risorse patristiche ai documenti ufficiali.
Le news possiamo trovarle presso l’agenzia Fides e dal sito della Conferenza Episcopale Italiana, la comodità è nell’uso di rss, possiamo essere aggiornati con immediatezza utilizzando un qualsiasi aggregatore (io faccio uso di Feedreader); purtroppo questa tecnologia non è in uso sul sito della Santa Sede, ma la pagina delle news è utile eccome, non possiamo accontentarci di quello che dicono i giornali di quanto afferma il Santo Padre.

Ognuno di noi ha qualcosa da condividere in questo mondo in continua evoluzione, possiamo esprimere la nostra opinione e farne il confronto con la fede.
Un esempio è Don Paolo, sacerdote genovese che cura alcuni progetti su wikipedia.
C’è anche l’opportunità dei blog, se ne possono creare di diverso tipo, è l’occasione di rendere immediata la percezione delle nostre opinioni, potremmo anche solo aggiornare i parrocchiani delle attività parrocchiali, come fa il mio amico don Franco.
Ci prepariamo tutti l’omelia domenicale e festiva, io ho scelto di condividere quella che faccio il sabato, permettendo a circa 8 persone di prepararsi alla celebrazione domenicale. Basta registrare la propria voce, non c’è bisogno di fare nulla di eccezionale, un lettore mp3, un programma che comprima il contenuto in un formato molto diffuso (io uso Win Lame), condividere il file in rete non è difficile, le opportunità sono infinite (io uso Odeo).

Fin qui alcune risorse di partenza, ora lo stile:

Quello che contraddistingue la rete è la condivisione di idee ed esperienze, noi abbiamo molto da dare. Possiamo essere protagonisti di nuovi mezzi e stili di evangelizzazione, quindi sperimentare senza temere.

Fonte:

Il blog di don Tommaso Scicchitano

La lettura ininterrotta della Bibbia
Senza Sosta, giorno e notte,
dalla prima all’ultima parola,
in una condivisione con tutti gli uomini di buona volontà

Come è nato e si è sviluppato il progetto

Un gruppo di amici uniti dall’interesse e dall’amore per la Bibbia è venuto a conoscenza di un’iniziativa organizzata nel dicembre 2005 nella città francese di Limoges: la lettura continua di tutta la Bibbia nell’arco di sette giorni e sei notti. Una lettura tutta di seguito, senza spiegazioni. Questo piccolo gruppo ha pensato che tale iniziativa proposta nel centro della città di Mantova, nella Rotonda di San Lorenzo, potesse avere valore di segno, suscitare una curiosità, destare un interesse riguardo la Bibbia.

Come accaduto agli amici francesi, questo gruppo si è sentito spesso chiedere il perché di tutto questo e cento volte ancora se lo sentirà chiedere.

Difficile trovare modo di rispondere in modo semplice ed unico. Sia a Limoges che a Mantova le risposte date sono state tante e ciascuna con un suo motivo:

    « Leggiamo questo libro per il piacere di leggerlo,
    per interpellare tanta gente,
    per creare un’emozione,
    per invitare ed accogliere,
    per accendere i cuori,
    è un atto puro, semplice e gratuito,
    per stare insieme nel semplice ascolto,
    per far vibrare la nostra città,
    per rendere più delicate e raffinate le nostre intelligenze,
    tutte le confessioni e tutti gli uomini e le donne sono insieme e questo è bello,
    perché la pace sia dentro la nostra comunità cittadina e la pace sia una,
    per mandare un segnale di pace a tutti »

Sì, o forse la lettura ad alta voce e ininterrotta della Bibbia, giorno e notte…..è sufficiente a se stessa.

Malgrado le nostre diverse sensibilità la Bibbia ci unisce.
Questa lettura vorrebbe essere portatrice di un messaggio puro e gratuito, essere un atto di pace.


. Per prima cosi sono stati informati i responsabili delle diverse comunità religiose per condividere il progetto e favorirne la partecipazione. Parallelamente è stato elaborato il progetto cercando di rispondere alle domande pratiche che gli interlocutori hanno posto.

Chi è invitato ?

Tutti sono ben accolti, di qualunque tradizione, convinzione, confessione: Ebrei, Protestanti, Cattolici, Ortodossi ………, non credenti, persone lontane o alla ricerca, semplici curiosi, interessati e rispettosi del significato fondativo e/o culturale di questo libro assieme a tutti coloro che si riconoscono o che sono desiderosi di conoscere la Bibbia.

Quando ?

Dopo aver riflettuto e considerato le varie feste delle diverse comunità, è stato scelto il mese di marzo, esattamente la settimana che parte da domenica 11 per finire sabato 17.

Dove ?

Era necessario individuare un luogo centrale, percepito come un luogo pubblico, così antico da precedere le divisioni, ma anche bello e appropriato per una lettura pacata e appassionata della Bibbia, capace di ospitare le persone in una bella assemblea e anche di favorire il silenzio. La Rotonda di San Lorenzo è sembrata una scelta quasi naturale, pensando che è anche monumento del patrimonio architettonico della città di Mantova e che il suo utilizzo è già indirizzato a forme di ecumenismo.

Quale Bibbia leggere e come ?

Si è dovuta operare una scelta, inevitabilmente un compromesso; e la traduzione interconfessionale in lingua corrente (TILC) è parsa la più indicata sia per il suo linguaggio semplice, sia per la condivisione di cui gode da parte di più di una confessione religiosa. Qualsiasi altra scelta sarebbe stata ancor più problematica.


Un gruppo per il progetto

L’idea è venuta, come detto, dall’esperienza francese della città di Limoges, ma è stato un gruppo di amici di Mantova che, dopo aver pensato ad una possibile realizzazione nella propria città, ha coinvolto altre persone provenienti anche da diverse comunità religiose costruendo il progetto e individuando lo schema di organizzazione.

Esso prevede:

  • la divisione della lettura
  • la comunicazione
  • il sito internet
  • le iscrizioni
  • la preparazione della lettura da parte dei gruppi
  • le cerimonie di inizio e conclusione
  • lo svolgimento della lettura giorno e notte per una settimana
  • i testimoni
  • l’organizzazione

La divisione e programmazione della lettura

Questo lavoro, il più urgente, è stato fatto dagli organizzatori francesi. Si trattava di dividere i testi in sequenze con un senso concluso, di lunghezza ragionevole, e conoscere con la massima precisione possibile la durata complessiva della lettura per valutarne l’operatività concreta. Essi hanno cronometrato diversi lettori, talora a loro insaputa, su libri o pagine diversi e creato un criterio di misura. Il risultato è stato che una pagina della Bibbia veniva letta in un tempo variabile dai 3 ai 6 minuti a seconda della densità e della presenza di titoli o note nel testo.

Queste sequenze sono raggruppate per una lettura teorica di 2 ore e 45 minuti circa su un nucleo di tre ore. Questa precauzione dovrebbe ammortizzare le difficoltà della programmazione e le diverse attitudini di lettura da parte dei lettori.

Dopo aver revisionato il lavoro un paio di volte, il risultato è stato di 1162 sequenze di lettura, dunque in teoria 1162 lettori, inseriti in 46 unità (sequenze) di tre ore, per 7 giorni e 6 notti.

Questo ci permette di dire che inizieremo la lettura vera e propria domenica 11 marzo alle ore 19 per terminarla sabato 17 marzo alle ore 12.


Iscrizioni

L’iscrizione riguarda sia persone singole che gruppi. Un gruppo può essere formato da persone unite da un legame associativo proprio, professionale o confessionale, come ad esempio: una associazione di scout, un gruppo di avvocati, una classe scolastica, una parrocchia, un quartiere della città, un paese della Provincia.

Le iscrizioni sono registrate sul sito internet, giorno per giorno, per guidare e facilitare la vostra scelta: una persona potrà iscriversi da sola, dove preferisce, nelle sequenze disponibili, o creare un gruppo con i suoi amici, o chiedere di unirsi a un gruppo.

Un gruppo può essere abbastanza numeroso da occupare un’intera sequenza di 2 ore e 45 minuti, ma può anche essere formato da poche persone che non occuperanno che una parte della sequenza. L’organizzazione provvederà a completare la sequenza con un altro piccolo gruppo o con persone singole. Una volta formati, questi gruppi si potranno riunire, se vorranno, per preparare la loro lettura.

In caso di bisogno o per scelta un lettore potrà senz’altro leggere più di una volta.

Il modulo di iscrizione vi invita a sottoscrivere più di una proposta di data e di ora per facilitare e rendere sicura la vostra iscrizione, che potrà essere effettuata in diversi modi:

- direttamente presso la Segreteria Organizzativa con sede in Via Pastro 15 (orario: mattino 9.30-12.30, pomeriggio 15.30-18.30)

- per telefono ai seguenti numeri: cellulare 3409330997
fisso 0376/244994 (attivo da fine gennaio)

- tramite il sito internet www.labibbiasenzasosta.it

L’iscrizione è individuale e nominativa, anche per un gruppo. Nel caso di un gruppo, è il responsabile del gruppo che raccoglie e invia all’organizzazione l’insieme delle iscrizioni.

Il sito facilita le iscrizioni segnalando le sequenze disponibili e permettendo di stampare una richiesta di iscrizione. Ma per sicurezza, la domanda si fa per iscritto (domanda d’iscrizione) e, se possibile e se si tratta di un gruppo, preferibilmente attraverso la comunità, l’associazione, l’impresa.

Le risposte alle informazioni richieste devono essere abbastanza chiare da permettere all’organizzazione di richiamare gli iscritti per:

  • confermare l’iscrizione, inviare il testo del brano scelto e permettere di preparare la lettura
  • modificare l’ora e il testo (se nel frattempo già assegnato ad altra persona)

E’ bene provvedere a scegliere e iscrivere il proprio testimone, che sia una persona che stimiamo o a cui siamo legati da affetto o amicizia e con la quale si desidera condividere un’emozione profonda. E’ possibile scegliere di leggere brani consecutivi, in modo da proporsi alternativamente come lettori e testimoni.

Ad esempio (ma è solo un’indicazione) i gruppi possono essere: famiglie, amici, gruppi biblici, confraternite, associazioni di ogni genere, gruppi professionali o d’impresa, gruppi di commercianti, di agricoltori, di architetti, di infermieri, di medici; gli scout, le comunità religiose, gli sportivi, gli universitari, gli studenti di scuola superiore, le parrocchie, le scuole, gli artisti, i militari, i pompieri, i pensionati etc.

Si ricorda che l’iscrizione come lettore, testimone, custode, autorizza automaticamente a citare il nome dell’iscritto sulle liste dei partecipanti sul sito internet.


La preparazione della lettura da parte dei gruppi

E’ per noi auspicabile poter affidare un periodo da 2 ore e 45 minuti a un gruppo o sottogruppo, periodo che necessita in linea di principio di un numero sufficiente di lettori da 5/9 minuti ciascuno.

Il gruppo potrà avere più o meno lettori, deve sapere cosa leggere, preparare la sua lettura, determinare l’ordine di lettura, provarla una o due volte per verificare il tempo necessario.


Le cerimonie di inizio e conclusione

L’organizzazione intende proporre una cerimonia di apertura e una di chiusura della lettura ininterrotta della Bibbia degne della presenza dei lettori, dei testimoni e dei custodi del luogo riuniti per l’occasione.

La cerimonia iniziale avrà luogo dalle ore 18.30 per essere conclusa qualche minuto prima dell’inizio della lettura alle ore 19.

Alle ore 19 i rappresentanti delle comunità religiose (a partire dagli Ebrei) leggeranno ciascuno una sequenza del libro della Genesi, per essere poi sostituiti dai lettori iscritti.


Svolgimento della lettura

Essa avverrà sulla base dell’iscrizione e del posto assegnato alla persona singola o a ciascun gruppo. Ciascuna lettura dura circa da un minimo di 4 a un massimo di 12 minuti.

L’organizzazione quotidiana e di ogni istante è affidata ai custodi del luogo. Due membri dei custodi seguono per sezioni di tre ore i lettori per vigilare sull’esecuzione e garantire la continuità.

Ogni lettore si fa, possibilmente, accompagnare da un testimone che gli possa dare eventualmente il cambio o intervenire in una lettura a due voci.

Ogni gruppo o ogni lettore deve essere presente, indicativamente, mezz’ora prima dell’inizio della propria lettura.

Uno schermo visibile a tutta l’assemblea, aggiornato continuamente da uno dei custodi, permette di identificare il punto della lettura in corso.


INFORMAZIONI PRATICHE

Sede Segreteria : Via Pastro 15, Mantova

Orari Segreteria : mattina 9.30-12.30 / pomeriggio 15.30-18.30

Telefono : 0376/244994 (attivo da fine gennaio)
3409330997 (cellulare già attivo)

Sito internet : www.labibbiasenzasosta.it

E-mail : info@labibbiasenzasosta.it

“Signore Gesu’,
conoscermi, conoscerti,
non desiderare null’altro che te;
odiarmi e amarti;
agire solo per amor tuo,
abbassarmi per farti grande.
Non avere altri che te nella mia mente.
Morire a me stesso per vivere in te.
Tutto ricevere da te! .
Rinunciare a me stesso per seguirti,
desiderare di! seguirt i sempre.
Fuggire a me stesso, rifugiarmi in te,
per essere da te difeso.
Temere per me, e temerti,
per essere fra i tuoi eletti.
Diffidare di me stesso, confidare solo in te;
voler obbedire a causa tua;
non attaccarmi a null’altro che a te,
esser povero per te.
Guardami e ti amero’:
chiamami perche’ ti veda
e goda di te eternamente.
Amen!” (Sant’Agostino)

Tardi ti ho amato

TARDI TI HO AMATO

«Tardi ti ho amato,
Bellezza tanto antica e tanto nuova;
tardi ti ho amato!
Tu eri dentro di me, e io stavo fuori,
ti cercavo qui, gettandomi, deforme,
sulle belle forme delle tue creature.
Tu eri con me, ma io non ero con te.
Mi tenevano lontano da te le creature
che, pure, se non esistessero in te,
non esisterebbero per niente.
Tu mi hai chiamato
e il tuo grido ha vinto la mia sordita’;
hai brillato,
e la tua luce ha vinto la mia cecita’;
hai diffuso il tuo profumo,
e io l’ho respirato, e ora anelo a te;
ti ho gustato,
e ora ho fame e sete di te;
mi hai toccato,
e ora ardo dal desiderio della tua pace»

Avevo fame…

Avevo fame
e voi avete fondato un club
a scopo umanitario
e avete discusso
sulla mia fame.
Ve ne ringrazio.

Ero in prigione
e voi siete entrati
furtivamente in chiesa
a pregare
per la mia liberazione.
Ve ne ringrazio.

Ero nudo
e voi avete esaminato seriamente
le conseguenze morali della mia
nudita’.
Ve ! ne ringrazio.

Ero ammalato
e voi vi siete messi in ginocchio
a ringraziare il Signore
per avervi dato la salute.
Ve ne ringrazio.

Ero senza tetto
e voi avete predicato
le risorse dell’amore di Dio.
Ve ne ringrazio.

Sembravate tanto religiosi e tanto
vicini a Dio. Ma io ho ancora fame,
sono ancora solo, nudo, ammalato,
prigioniero e senza tetto.
(poesia del Malawi)

Io mi arrabbio, e lui mi dice: Perdona!
Io ho paura, e lui mi dice: Coraggio!
Io ho dubbi, e lui mi dice: Fidati!
Io sono inquieto, e lui mi dice: Sii tranquillo!
Io voglio star comodo, e lui mi dice: Seguimi!
Io faccio progetti, e lui mi dice: Mettili da parte!
Io accumulo, e lui mi dice: Lascia tutto!
Io voglio sicurezza, e lui mi dice: Dona la tua vita!
Io penso di essere buono, e lui mi dice: Non basta!
Io voglio essere il primo, e lui mi dice: Cerca di servire!
Io voglio comandare, e lui mi dice: Obbedisci!
Io voglio comprendere, e lui mi dice: Abbi fede!
Io voglio tranquillita’, e lui mi dice: Sii disponibile!
Io voglio rivincita, e lui mi dice: Guadagna tuo fratello!
Io metto mano alla spada, e lui mi dice: Riconciliati!
Io voglio vendetta, e lui mi dice: Porgi l’altra guancia!
Io voglio essere grande, lui mi dice: Diventa un bambino!
Io voglio nascondermi, e lui mi dice: Mostrati alla luce!
Io voglio il primo posto, e lui mi dice: Siediti all’ultimo!
Io voglio essere visto, lui mi dice: Prega nella tua stanza!
No! Proprio non capisco questo Gesu’!
MI PROVOCA!
Come molti dei suoi discepoli anche io avrei voglia di cercarmi un maestro meno esigente. Pero’, anche a me succede come a Pietro: io non conosco nessuno, che abbia parole di Vita eterna come lui.
(Ignoto)

Cibo e religione

Pubblichiamo una presentazione di Ennio Battista sul cibo e la religione…

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Buddismo

Profilo Storico e Aspetti Fondamentali

di Fabio Latini

Considerato da molti in occidente più una filosofia che una vera e propria religione, il buddismo è attualmente una delle grandi religioni mondiali. In queste pagine cercherò di tracciarne un profilo storico, evidenziandone, per quanto possibile, anche i principali aspetti filosofico-religiosi.

Le origini

Il fondatore storico del Buddismo è Gautama, o Siddharta, principe della tribù degli Shakya, che visse in India nel VI secolo a.c. circa. Non si hanno notizie più precise a causa della mancanza di una tradizione storiografica scritta nell’India di quell’epoca. Ne consegue che molte delle notizie che lo riguardano e che ci sono giunte provengono da scritture buddiste posteriori, le quali contengono descrizioni di episodi della sua vita inevitabilmente conditi di aspetti leggendari.

Anche sui nomi ci sono varie ipotesi. Infatti Siddharta significa “colui che realizza lo scopo”, ed anche Gautama è un titolo onorifico. Successivamente gli fu attribuito il nome Shakyamuni, ossia il “saggio degli Shakya”, ed è con questo nome che è più conosciuto.

Principe ereditario di un piccolo stato, era stato allevato nel lusso ed educato per diventare il re ed il capo militare. Si narra che il padre desiderava che il principe non conoscesse la vecchiaia e la sofferenza, e che per questo motivo egli fosse costantemente circondato da giovani, servitori e cortigiane.

Ma la sensibilità e lo spirito di ricerca del giovane principe lo portarono a varcare la soglia del suo rifugio dorato e ad incontrare un vecchio, un malato ed un cadavere.

Sconvolto da questa rivelazione della realtà della vita, egli arriverà a dichiarare più tardi “Sebbene fossi cresciuto nella ricchezza, ero molto sensibile per natura e mi domandai come mai, quando tutti gli uomini sono destinati a subire la vecchiaia, la malattia e la morte e nessuno può sfuggirvi, pure guardano alla vecchiaia, alla malattia e alla morte degli altri con timore, disgusto e disdegno. Non è giusto pensai, e in quel momento tutta la gioia della giovinezza, e la fierezza e il coraggio che sentivo in me per la mia buona salute mi abbandonarono1.

Consapevole dell’ineluttabilità delle quattro sofferenze di nascita, vecchiaia, malattia e morte, egli decise di abbandonare la reggia del padre per ricercare la via per la salvezza, iniziando un cammino entusiasmante per tutta l’umanità, un cammino che continua ancora oggi.

La vita del Budda

La parola “Budda” o “Buddha” significa “illuminato”. Anche se più tardi questa parola fu associata ad una entità quasi divina, nel suo significato profondo si riferisce ad un essere umano, un “comune mortale”. Ed è questo che fu Shakyamuni, un maestro del grande potenziale dell’umanità.

Per prima cosa Shakyamuni, allontanatesi dal regno paterno, ricercò un maestro da cui apprendere la strada per l’illuminazione. All’epoca vi era una forte tradizione ascetica che godeva di una grande reputazione, derivante dalla cultura brahmanica dell’India, la quale prevedeva 4 fasi nella vita di un uomo. Di queste le ultime due comportavano l’abbandono della vita secolare e la ricerca spirituale tramite l’ascetismo.

Dopo aver praticato con due maestri Yoga e condotto varie pratiche ascetiche, Shakyamuni si rese conto che queste non portavano allo scopo che si era prefisso.

Infatti lo scopo di queste pratiche, e ci riferiamo ai migliori maestri, era al più quello di fare il vuoto nella mente ed ottenere il distacco dai desideri, fino ad annullare la vita stessa. Shakyamuni aveva abbandonato la casa paterna per cercare un qualche principio di verità, qualcosa che gli permettesse di superare le sofferenze fondamentali dell’esistenza, ed ottenere la felicità, ma presto si rese conto che l’ascetismo portava all’isolamento dell’individuo, teso alla ricerca della propria salvezza personale, e quindi non poteva fornire una soluzione per la salvezza degli altri.

Come vedremo in seguito, il Buddismo contempla anche l’autodisciplina, ma questa non è fine a se stessa. Il pensiero buddista può essere meglio riassunto nel concetto di “Via di Mezzo”: “vi è una via di mezzo, o monaci, scoperta dal Thatagata, che evita questi due estremi2. Essa apporta la chiara visione e comprensione, conduce alla saggezza ed alla tranquillità, al risveglio, all’illuminazione .. “ .

Questo è il principio che indica che la mente ed il corpo sono inseparabili34.

Abbandonate dunque le pratiche ascetiche si concentrò in meditazione, proponendosi di non recedere fino a che non avesse raggiunto l’illuminazione. Sempre secondo la leggenda, giunto allo stremo delle forze, il demone Mara gli apparve, cercando in tutti i modi di impedirgli di raggiungere la meta.

Questo demone altri non era che la personificazione del suo male interiore, e dell’oscurità innata di tutta l’umanità. Mara, dicevamo, tentò in tutti i modi di dissuaderlo, suggerendo dapprima che dovesse riposarsi per ottenere il suo scopo, e poi, visto che non ci riusciva con le lusinghe, tentando di spaventarlo.

Fu una lotta interiore senza tregua, alla fine della quale Shakyamuni risultò vincitore. In realtà quello che aveva sconfitto era la natura oscurata presente nella sua stessa vita. Sconfiggendo Mara Shakyamuni poté infine ottenere l’illuminazione.

L’illuminazione

Ma che cos’era questa illuminazione cui giunse Shakyamuni? Credo che qualche parola debba essere spesa su un argomento tanto delicato come questo.

Anche se, in primo luogo, per comprendere pienamente un’esperienza come quella di Shakyamuni bisognerebbe essere noi stessi dei Budda, vorrei aggiungere che l’illuminazione non è qualcosa di distaccato ed estraneo alla comune esistenza umana. Detto questo, le varie scritture ne danno descrizioni diverse, rischiando così di confonderci le idee.

Se partiamo dalla definizione originale, il termine con cui viene definita l’illuminazione di Shakyamuni è anuttara-samyak-sambodhi, che significa “saggezza insuperata e perfetta”, cioè quella saggezza che arriva a percepire la vera natura dei molteplici fenomeni dell’esistenza.

Si tratta quindi di una comprensione chiara della realtà della vita e della sua essenza, comprensione in grado di cambiare il nostro modo di essere e di agire.

Per trasmettere questa visione della vita così intima è forse utile ripercorrere il le tappe dell’ultima notte di veglia in cui, seduto sotto l’albero della bodhi, Shakyamuni raggiunse il suo scopo, così come la raccontano i sutra Agama5. Si narra che Shakyamuni arrivò alla comprensione della realtà ultima in tre tappe.

Durante la prima veglia, dopo aver superato tutti gli stadi di una profonda meditazione, la sua mente divenne “limpida, pura incontaminata, agile e attenta .. Durante questo stadio egli concentrò la mente nel ricordo di tutte le sue precedenti esistenze. Rammentò la prima, la seconda, terza vita e così via attraverso incommensurabili eoni di tempo e innumerevoli formazioni e distruzioni dell’universo …. Non si trattò di qualcosa che gli giunse come un’intuizione .. Era un vero e proprio ricordo , perfettamente chiaro. …. Il brano si conclude con le parole: l’ignoranza perì e fece posto alla chiaroveggenza . … L’uomo non percepisce la natura della sua attuale esistenza perché accecato dall’ignoranza e dall’impurità6”. Ciò in sostanza significa che finché l’uomo vive nell’ignoranza continuerà a rinascere nelle condizioni basse dell’esistenza.

Durante la seconda veglia Shakyamuni percepì il flusso delle vite delle persone attraverso nascita e morte, cioè la legge del karman. “Acquisii il supremo occhio celeste e vidi il mondo intero come in uno specchio immacolato. Vidi la morte e la rinascita di tutte le creature a seconda che i loro atti fossero stati bassi o elevati … “. Vedendo questa realtà con un “occhio aperto naturalmente” si comprende la direzione della nostra esistenza.

Sulla terza ed ultima veglia, nella quale Shakyamuni completò il processo di illuminazione, ci sono versioni discordi degli studiosi. Da un punto di vista razionale si può affermare che si illuminò alla legge di causalità.

In alcune scritture si parla della teoria dei dodici anelli della causalità7, tipica del buddismo Theravada8, però da un punto di vista che tenga conto del suo percorso di vita si capisce come la sua illuminazione andasse al di la di questo concetto.

In tutta la sua vita di predicatore Shakyamuni visse tra la gente, esponendo la Legge o Dharma a cui si era illuminato in accordo con la loro capacità di comprensione. Questo dette origine ad un insieme di insegnamenti che mettono in evidenza aspetti particolari della sua visione della vita. Il concetto di causalità è noto in sanscrito come pratitya-samutpada9, che significa letteralmente “origine dipendente” o “co-produzione condizionata”.

Tutti gli esseri ed i fenomeni dell’universo esistono come risultato di cause. Poiché tutto nell’universo è soggetto a questa legge, niente può esistere indipendentemente dalle altre cose o nascere per virtù propria. Questa Legge è anche chiamata “fondamentale interdipendenza di tutte le cose”, sia nello spazio che nel tempo.

Vorrei concludere questa sezione con questa poetica descrizione di Ikeda:

Se guardiamo con occhi sereni al grande universo che ci circonda, scopriamo che ciò che a prima vista appare come un immenso silenzio è in realtà un pulsare continuo di creazione e mutamento. Lo stesso si può dire dell’uomo: invecchia, muore, rinasce e muore nuovamente. Nulla, sia nella natura sia nella società umana, conosce un momento di pausa, di riposo. Tutte le cose dell’universo sono in flusso costante, si levano e ricadono, appaiono e scompaiono, prigioniere di un incessante ciclo di mutamento condizionato …. Tale è la natura della realtà umana. Sono convinto che in un certo senso l’illuminazione di Shakyamuni sia stato un grido di meraviglia di fronte a questa misteriosa entità che chiamiamo vita, con la sua miriade di manifestazioni che si collegano e dipendono l’una dall’altra attraverso gli anelli di causa ed effetto.

Ma l’uomo comune non si rende conto di questa verità e ha l’illusoria convinzione di esistere indipendentemente dai suoi simili. Questa illusione lo allontana dalla legge della vita, che è la verità ultima, e lo rende prigioniero del desiderio, dal quale poi discendono la sofferenza, la tragedia e la sfortuna. Come si è sciocchi e da compatire! Ci si lascia fuorviare dall’ignoranza che è un’espressione del male e non si ha altra via di uscita se non affrontare questo demone che si annida nello spirito dell’uomo.”

La “salvezza” di tutti gli esseri

Una volta ottenuta la comprensione dell’essenza della vita, Shakyamuni si pose il quesito se dovesse condividere la sua esperienza con gli altri. Questo succede a molti uomini che si avviano verso una ricerca pura e disinteressata. Una volta venuti in possesso di una legge fondamentale o di un principio di vita si rendono conto della loro missione, e decidono di proclamarlo agli altri. Superando ancora una volta tutti i dubbi e le paure decise di predicare la Legge a cui si era illuminato. Si recò pertanto dai suoi ex maestri di ascetismo, che divennero i suoi primi discepoli.

Comprendendo che trasmettere la sua esperienza sarebbe stato molto difficile, Shakyamuni iniziò ad esporre i suoi insegnamenti basandosi inizialmente sulla capacità dei suoi interlocutori10. Secondo alcune fonti sembra che il suo primo sermone avvenne nel luogo in cui aveva ottenuto l’illuminazione, a Buddh Gaya, ed i cui contenuti sono racchiusi nell’Avatamsaka Sutra11, un testo molto elevato che riflette da vicino la vera essenza della sua illuminazione. Non essendo riuscito a far comprendere i suoi insegnamenti ai primi ascoltatori, si recò a Sarnath12 ed iniziò ad esporre i concetti delle quattro nobili verità, della dodecadecupla catena della causalità, e dell’ottuplice sentiero. Questi insegnamenti riguardano la via per sradicare l’origine della sofferenza. Per spezzare il meccanismo che, partendo dalla percezione, genera l’attaccamento, l’esistenza e quindi la sofferenza occorre seguire l’ottuplice sentiero. Poiché l’esistenza è l’origine dell’attaccamento, la via per la salvezza è l’eliminazione della brama egoistica. Questi concetti erano più semplici da comprendere, e traevano fondamento da una cultura che già apprezzava l’ascetismo.

Nel corso degli anni sempre più persone si unirono a quest’uomo eccezionale, fino a fondare un vero e proprio ordine che si manteneva grazie alle offerte dei credenti laici. In questo modo predicò per più di quaranta anni, vivendo tra le sofferenze della gente comune. Spesso si ha una visione del Budda come un essere trascendente distaccato dalla realtà quotidiana, ma questo non era certamente l’uomo Shakyamuni.

La sua dedizione nello stabilire una solida comunità di credenti e nello spiegare l’essenza della filosofia buddista ai suoi discepoli non conobbe soste. Ormai ottantenne continuava a spostarsi senza tregua e, giunto ormai ai suoi ultimi giorni, cercò di preparare i suoi discepoli a diventare indipendenti nella ricerca della loro felicità. Infatti, nonostante l’età, i discepoli si sentivano al sicuro sotto la sua ala protettrice. Al momento della morte lasciò queste istruzioni relative all’ordine ed alla condotta dei monaci “Perciò siate voi stessi la vostra isola. Prendete il vostro io come rifugio. Non cercate rifugio in altro che in voi stessi. Attenetevi fermamente alla Legge e fate che essa sia la vostra isola e non cercate rifugio in altri che in voi stessi”’.

L’individuo deve arrivare nel proprio intimo a una salda comprensione, limpida e luminosa come uno specchio , e proseguire nella sua strada con questa comprensione come unica compagna.

Nessuna religione dà maggiore importanza del Buddismo alla dignità dell’individuo ed alla sua unicità. Mentre altre religioni riconoscono l’assoluto come qualcosa che esiste fuori dell’io, nel buddismo ciò non avviene13’.

Il canone

Alla morte di Shakyamuni i monaci dell’ordine si riunirono in concilio per compilare i suoi insegnamenti trasmessi oralmente. Nacquero così i sutra14 e l’Abhidharma, l’insieme delle opere esegetiche. Tutte le scritture composte dopo la sua morte costituiscono il Canone buddista.

Nel primo periodo furono messi in particolare evidenza gli aspetti legati alla disciplina monastica ed alle pratiche ascetiche. Fra i motivi che spinsero a questo ci fu anche l’esigenza di garantire la sopravvivenza dell’ordine. Sempre più i monaci si ritirarono in vari monasteri donati da ricchi credenti laici15. L’ideale di perfezione a cui si ispiravano è l’arhat, o santo, una meta raggiungibile attraverso la pratica come shomon o shravaka, il discepolo che ascolta l’insegnamento e segue con diligenza le quattro Nobili Verità16 e L’Ottuplice sentiero17. Da questi monaci il Budda era visto come un essere che era vissuto ad un livello troppo elevato per le persone comuni, quindi i praticanti buddisti non nutrivano speranza di eguagliarlo. Ci si “accontentava” pertanto della condizione di arhat o “essere perfetto”. Anche questo stadio però è considerato difficile da raggiungere, ed anche dedicandosi con grande zelo alle pratiche religiose, le possibilità di ottenere l’autentica santità nel corso di una sola vita sono alquanto scarse. Infatti a causa del desiderio l’uomo rischia in ogni momento di soccombere.

I membri dell’ordine buddista circondarono quindi la propria esistenza di un gran numero di norme e precetti concentrandosi soltanto sulla disciplina monastica. Lo scopo originale del buddismo, condurre le genti alla salvezza, venne del tutto negletto”18. Inoltre scoppiavano controversie su chi avesse veramente raggiunto la condizione di arhat e sul modo e sulle prove necessarie per determinare la santità di una persona.

Hinayana e Mahayana

In contrapposizione a quello che avveniva tra i buddisti che si erano ritirati nei monasteri, un altro movimento prese vita e si sviluppò, un movimento collegato alla vita di tutti i giorni, e che si potrebbe impropriamente definire laico. Questo nuovo movimento divenne visibile circa 500 anni dopo la morte di Shakyamuni, ma ci sono fondati motivi per ritenere che già dal primo secolo nuclei di monaci in disaccordo con le interpretazioni degli insegnamenti di Shakyamuni esistessero all’interno della comunità monastica, o fra laici influenti sostenitori dei monaci19. In accordo con l’esempio dato dal fondatore durante la sua vita, questi praticanti ritenevano che la vera strada non fosse scollegata dalla vita quotidiana e dalla società nel suo complesso. Nacque così una sorta di “riforma” all’interno dell’ordine buddista. Per evidenziare la differenza che li divideva dai “tradizionalisti” dell’ordine, dettero al loro buddismo l’appellativo spregiativo di Hinayana, o “piccolo veicolo”. Al contrario definirono il nuovo movimento Mahayana, o “grande veicolo”.

All’ideale di “ascoltatore della voce” o shravaka viene sostituito quello di bodhisattva, cioè di illuminato che si dedica alla salvezza degli altri. I seguaci del Mahayana annunciarono che non volevano più preoccuparsi della condizione di arhat ma di concentrarsi sull’ottenimento della condizione di Budda. Dicevano: “Shakyamuni non è stato il solo budda. Purché un uomo, ogni uomo, abbia compiuto le pratiche richieste a un bodhisattva dovrebbe poterla raggiungere”.

Alcuni studiosi hanno schematizzato le differenze tra queste due correnti in 6 punti:

1 – Come già detto, lo Hinayana considera suo scopo l’ottenimento della condizione di arhat, meta raggiungibile attraverso il cosiddetto stadio di shomon o shravaka, il discepolo che ascolta di persona l’insegnamento del budda o segue con diligenza le 4 nobili verità e l’ottuplice sentiero. Il Mahayana invece mira ad ottenere la condizione di Budda, cui si può giungere osservando le pratiche del bodhisattva20. Ciò nella pratica induce a stili di vita molto diversi. Le pratiche che avrebbero condotto un bodhisattva alla condizione di budda vengono di solito definite come le sei paramita, o atti in grado di portare all’illuminazione: dono, osservanza dei precetti, pazienza, energia, meditazione ed intuizione. La più importante è il dono, ossia la donazione della legge (o dharma) alla gente sofferente. Il bodhisattva va in effetti tra la gente a predicare la verità del buddismo usando vari metodi, a seconda delle circostanze. “Il punto fondamentale è che il bodhisattva non si sforza di salvare solo se stesso, ma anzi cerca la via del Budda per avvantaggiare tutti gli esseri”21.

2 – L’Hinayana pone enfasi sul concetto di Legge Karmica, atteggiamento sostanzialmente negativo che mira a sfuggire dalle sofferenze imposte dal karman e a cercare rifugio in un’altra sfera, mirando a una condizione22 libera dal ciclo delle rinascite e delle sofferenze che ne conseguono. Il Mahayana da invece importanza al “voto” o “pratica”. E’ un approccio che cerca di propria iniziativa di affrontare le sofferenze del mondo per portare tutti gli esseri alla salvezza.

3 – L’Hinayana mira al progresso ed al miglioramento dell’individuo, mentre il Mahayana si propone di migliorare la società nel suo complesso e di salvare ogni creatura23.

4 – I buddisti Hinayana davano molta enfasi all’interpretazione letterale delle scritture, mentre i buddisti Mahayanici erano propensi ad un approccio più libero e creativo. Entrambi questi tipi di approccio hanno vantaggi e svantaggi

5 – L’Hinayana tendeva a posizioni spesso teoriche, chiara influenza della cultura predominante della casta brahmanica, da cui provenivano gran parte dei discepoli del Buddda, mentre il Mahayana, fin dall’inizio, tenne la fede e la pratica religiosa in maggior condiderazione rispetto alla teoria e all’erudizione (primato della ragione pratica24). Shakyamuni rifiutò nettamente l’atteggiamento della ricerca del sapere per il sapere, e dell’erudizione per l’erudizione. A riprova di questo fatto laciò la casa paterna e si recò tra la gente comune. Il Buddismo insegnato da Shakyamuni non aveva origine nelle speculazioni teoriche o nell’erudizione accademica25.

6 – Il buddismo Hinayana in sostanza riguardava soltanto i monaci, mentre il Mahayana si proponeva di introdurre nelle proprie attività il mondo laico.

I Sutra Mahayanici – Il Sutra del Loto

I Sutra rappresentano l’espressione della dottrina buddista nella forma letteraria tipica del”epoca. Si tratta di resoconti resi in forma poetica, provenienti dalla tradizione orale. A causa del notevole lasso di tempo intercorso tra la predicazione del fondatore e la loro stesura, sono stati sollevati molti dubbi riguardo alla corrispondenza fra i contenuti di tali opere e il dharma, la Legge predicata dal Budda. C’è inoltre il problema che talvolta tali testi si contraddicono tra loro. Senza addentrarci in questioni complesse che richiederebbero un notevole spazio, si devono fare alcune considerazioni26: come già accennato in precedenza, e come é logico supporre, nel corso di 50 anni di predicazione vi fu un certo numero di variazioni ed un’evoluzione nel modo in cui Shakyamuni presentó le sue idee, e sicuramente deve aver riconsiderato piú volte, nella sua mente, il problema di come spiegare alla gente l’essenza della sua illuminazione. Per farla breve, diciamo che ci fu un periodo “preparatorio” in cui Shakyamuni predicó il dharma adattandolo alle capacitá degli ascoltatori, conducendo le persone, anche individualmente, passo dopo passo, alla comprensione dei misteri piú profondi della sua esperienza.

Inizialmente espose i suoi insegnamenti a persone di elevata conoscenza, quali erano gli asceti ed i suoi primi discepoli. Con la crescita del numero di seguaci e la formazione di un vero e proprio ordine, formuló norme di condotta per la disciplina del gruppo (vinaya)27. Successivamente cominció ad annoverare fra i propri seguaci non solo monaci, ma folti gruppi di laici. Dopo quarant’anni in cui la sua propagazione era stata, come dire, adattata agli interlocutori che via via si aggiungevano, non sorprende che abbia deciso di rivelare al mondo l’essenza del suo insegnamento. Dobbiamo supporre che gli insegnamenti relativi ad un dato periodo siano stati tramandati, dopo la sua morte, secondo una tradizione particolare all’interno della tradizione buddista. Questo spiega in parte la formazione di diversi tipi di testi rispecchianti il pensiero di tali correnti.

Fra tutti i numerosissimi testi, con le loro differenti traduzioni, che compongono il Canone buddista, il sutra del Loto viene di solito considerato il più significativo. Si tramanda che Shakyamuni predicò i contenuti del Loto durante gli ultimi otto anni della sua vita. In seguito i suoi discepoli ne raccolsero i sermoni, e passarono diversi secoli prima che il sutra assumesse la forma attuale, cosa del resto accaduta a molte scritture buddiste.

Le motivazioni di questo sono complesse, ed il dibattito è ancora aperto, ma possiamo supporre che oltre alla necessita di stabilire regole per la sopravvivena dell’ordine alla morte di Shakyamuni, fatto giá menzionato, i suoi discepoli principali erano stati istruiti fin dall’inizio in versioni “parziali” del dharma, mentre una parte dei sostenitori aggiuntasi successivamente abbe accesso direttamente agli insegnamenti piú profondi.

Il Loto, il cui titolo sanscrito è Saddharma Pundarika Sutra, rappresenta una sorta di compendio e di summa dell’intero sistema filosofico del buddismo indiano originato da Shakyamuni. Il testo fu diffuso ampiamente in Cina e Giappone, anche grazie alla traduzione cinese del monaco indiano Kumarajiva28, intitolata Miao-fa lien hua-ching o Myoho-renge-kyo, ed all’opera esegetica di Chih-k’ai o Chih-i (538-597), fondatore della scuola Tien-t’ai.

Ma quali sono gli insegnamenti esposti nel Sutra del Loto?

Secondo i testi Hinayana è esistito un solo Budda, Shakyamuni, la cui illuminazione è un evento storico. Nel Sutra del Loto questo concetto viene annullato mediante la rappresentazione allegorica di un gigantesco stupa29 al cui interno siede un altro Budda. Questo evento immaginario ha lo scopo di “destare ed eccitare la mente con un certo numero di eventi straordinari .. Soltanto attraverso una simile impressione di meraviglia e di timore é possibile visualizzarlo”30. Il messaggio derivante dal brano è che il mondo di Budda è presente nella forza vitale di ciascun individuo.

In un passaggio fondamentale del Sutra Shakyamuni rivela di aver ottenuto la condizione di Budda durante innumerevoli eoni passati, grazie alla pratica della via del Bodhisattva.

Questo significa che la condizione di Budda è inerente alla vita stessa, e che non sono necessarie innumerevoli pratiche purificatrici, attraverso le quali l’imperfetta natura umana debba essere preventivamente “redenta”. L’illuminazione è invece da ricercarsi “nella vita umana”, e l’azione necessaria è praticare la via del bodhisattva.

Questo concetto puó apparire scontato oggigiorno, ma se pensiamo ai nostri limiti di persone comuni, cosí come certamente avranno fatto i discepoli di Shakyamuni, l’idea di potere accedere alla condizione di felicitá dello stato di budditá ci apparirá alquanto remota.

Così come il loto, pur generando fiori stupendi, affonda le radici nel fango dello stagno, così l’autentico praticante del dharma vive e opera in mezzo alla confusione e allo scompiglio della societá di tutti i giorni, dividendo gioie e dolori con la gente comune ed esemplificando con il suo modo di vivere il vero spirito del Sutra del Loto31.

Altri filosofi

Nel corso dei duemilacinquecento anni che ci separano dall’epoca in cui visse Shakyamuni sono apparsi altri grandi filosofi buddisti che hanno approfondito la comprensione della legge della vita. Una disamina accurata di tutti questi importanti contributi e scuole di pensiero esula per il momento dagli scopi di questo scritto.

Vorrei ricordare come nella prima metá del primo millennio d.c. il Buddismo perse gradualmente influenza in India, ma questo fu compensato dalla sua diffusione verso il paesi dell’estremo oriente, primo fra tutti la Cina, anche ad opera di grandi traduttori.

Tra i filosofi indiani spicca Nagarjuna, ideatore della teoria della dottrina mediana e del vuoto, che fu una grande studioso dei sutra Mahayanici, ed in particolare del Sutra del Loto.

La sua opera fu fondamentale per la successiva diffusione ed affermazione del Loto in Cina, il cui principale artefice fu il monaco cinese Chi’i Tien Tai, giá ricordato in precedenza, a cui si deve la sistematizzazione delle dottrine buddiste ed uno studio approfondito del Sutra del Loto.

È di quest’ultimo la formulazione del principio di ichinen sanzen32, raffinata teoria dove si spiega il meccanismo di funzionamento della vita (o esistenza), nella sua forma senziente (esseri animati) ed insenziente (esseri inanimati e piante), tenendo conto di tutte relazioni (ambiente naturale, ambiente sociale, caratteristiche individuali, educazione, inconscio).

Pochi anni dopo l’introduzione in Cina, il buddismo inizió a diffondersi anche in Giappone, dove si svilupparono numerose scuole, derivate alle rispettive correnti del buddismo cinese.

Nichiren Daishonin (1222-1282) è considerato un grande riformatore del Buddismo medievale giapponese. La sua dottrina si basa sul Sutra del Loto e su gli insegnamenti di T’ient-t’ai e e del monaco giapponese Dengyo (767-822).

L’ultimo giorno

Chiudo questa, purtroppo incompleta, panoramica sul buddismo con un concetto che ritengo importante per capirne la dinamicità e la sua forte spinta riformatrice, in accordo nello spirito con la vita e le azioni del fondatore. Uno dei capisaldi della filosofia buddista è il principio di transitorietá: tutto è in divenire. Da questo punto di vista anche l’insegnamento, la Legge a cui un budda si è illuminato ha una durata, cioè è valida per un certo periodo di tempo. Intendiamoci, la legge dell’esistenza non cambia, ma la forma che assume e soprattutto la capacità che ha di condurre le persone all’illuminazione dipende dall’epoca. Per fare un esempio ai nostri giorni nel mondo occidentale è molto difficile poter vivere ritirandosi dal mondo, o perlomeno complicato. Inoltre si rischia di non poter trasmettere il nostro messaggio agli altri. La tradizione divide la durata della Legge del Budda Shakyamuni in tre periodi, i cosiddetti primo, medio ed ultimo giorno della Legge, durante i quali il beneficio dell’insegnamento di Shakyamuni perde gradualmente la sua efficacia. Giunti ormai nel terzo periodo, anche se l’essenza dell’illuminazione di Shakyamuni rimane valida ancor oggi, questa è un’epoca in cui si rende necessaria una rivitalizzazione della Legge buddista che vada incontro ai bisogni dell’umanità.

1 Daisaku Ikeda, “La vita del Budda”. Bompiani. Di seguito indicato con D. I. VdB.

2 Dell’edonismo e dell’ascesi.

3 D. I. VdB.

4Questo principio prende anche il nome di “inseparabilità di corpo e mente”, e spiega che l’aspetto spirituale, ossia il pensiero, non esiste separatamente dal corpo.

5 “Sacri insegnamenti”, o “tradizione”. Dedicano grande attenzione ai precetti ed alle regole di disciplina.

6 D. I. VdB.

7 In ordine inverso: 12) l’invecchiamento e la morte sono causati dalla nascita; 11) la nascita è causata dall’esistenza; 10) a sua volta l’esistenza è causata dall’attaccamento; 9) l’attaccamento è causato dal desidero; 8) il desiderio è causato dalla sensazione; 7)la sensazione è cusata dal contatto; 6) il contatto è causato dai sei organi di senso; 5)i sei organi di senso sono cusati dal nome e dalla forma (ovvero dall’individuo) ; 4) l’individuo è causato dalla coscienza; 3) la coscienza è causata dal karman; 2) il karman è causato dall’ignoranza; 1) l’ignoranza è la fonte di tutte le sofferenze.

8 Tipo di Buddismo praticato nelle aree al sud dell’India.

9 Engi in giapponese.

10 In Cina la scuola buddista Tien T’ai divide gli insegnamenti del Buddha in cinque periodi, il che spiega la distanza che può esservi fra le dottrine pratiche esposte nei sutra Agon o Agama ed il contenuto profondo dell’illuminazione del Budda, esemplificato dal principio dell’origine dipendente o co-produzione condizionata. Questi 5 periodi sono:

Il sutra Avatamsaka, i sutra Agama, il periodo dei sutra Mahayana (vaipulya), il periodo dei sutra della Prajna-paramita, ed infine il periodo in cui insegnò il sutra del Loto.

11 Contenente la dottrina dela fondamentale interdipendenza di tutte le cose nel regno della legge cosmica.

12 Episodio tramandato come “La prima messa in moto della ruota della Legge”.

13 D. I. VdB.

14 Trascrizioni in prosa e versi degli insegnamenti e descrizioni di episodi della vita di Shakyamuni.

15 Sembra che i monaci fossero organizzati in molteplici realtà locali, più che in un vero e proprio ordine monolitico. Questa sarà una delle cause della nascita di molteplici scuole, talvolta in contrasto tra di loro.

16 Esse sono: 1) c’è la sofferenza 2) c’è l’origine della sofferenza 3) c’è la cessazione della sofferenza 4) c’è la via che porta alla cessazione della sofferenza.

17 Ottuplice Sentiero: l’opposto dei dodici anelli della causalità. Esso è composto da: 1) retta comprensione 2) retta motivazione 3) retta parola 4) retta azione 5) retta vita 6) retto sforzo 7) retta consapevolezza 8) retta concentrazione.

18 Ikeda, Buddismo, il primo millennio – Bompiani.

19 Circa un secolo dopo la morte di Shakyamuni ebbe luogo un secondo concilio. In questo periodo l’ordine buddista sembra essersi diviso in due principali fazioni, una conosciuta come Theravada, o “insegnamento degli anziani”, l’altro come Mahasangrika, o “membri del grande ordine”.

20 Il filosofo indiano Nagarjuna nella sua opera Mahaprajnaparamitopadesha definisce il bodhisattva come segue: “Colui che cerca la Via del Budda per liberare tutti gli esseri senzienti da nascita, vecchiaia, malattia e morte è chiamato bodhisattva”. Questo è il “grande voto” del bodhisattva.

21 D. Ikeda, Buddismo, il primo millennio – Bompiani

22Codizione del nirvana, uno stato di pace e di annientamento ove non si è più soggetti al ciclo delle rinascite. Il significato del termina nirvana può però essere usato anche in senso diverso, ossia la condizione di illuminazione ricercata dai buddisti mahayanici.

23da qui il significato dei termini Hinayana = “piccolo veicolo”‘, cio+ in grado di salvare una sola persona, e Mahayana = “‘grande veicolo”, adatto a condurre i salvo tutte le creature.

24G.Pasqualotto, Illuminismo e Illuminazione, Saggine.

25karl jaspers: ” Ciò che il Budda ha insegnato non è un sistema epistemologico, ma una strada verso la salvezza”.

26D. Ikeda, Buddismo, il primo millennio – Bompiani

27 Questi fanno parte dei primi insegnamenti Agama,

28 Eseguita attorno al 400 d.c. a Chang-an, in Cina.

29 Torre o costruzione votiva.

30 Jaspers, Karl, The Great Philosophers.

31 D. Ikeda, Buddismo, il primo millennio – Bompiani

32Che puó essere tradotto come “tremila regni in un singolo istante di vita”.

CI IMPEGNIAMO NOI E NON GLI ALTRI

Ci impegniamo noi e non gli altri
unicamente noi e non gli altri,
ne’ chi sta in alto ne’ chi sta in basso,
ne’ chi crede ne’ chi non crede.
Ci impegniamo
senza pretendere che altri s’impegnino,
con noi o per suo conto,
come noi o in altro modo.

Ci impegniamo
senza giudicare chi non s’impegna,
senza accusare chi non s’impegna,
senza condannare chi non s’impegna,
senza disimpegnarci perche’ altri non s’impegna.
Ci impegniamo
perche’ non potremmo non impegnarci.
C’e’ qualcuno o qualche cosa in noi,
un istinto, una ragione, una vocazione, una grazia, piu’ forte di noi stessi.

Ci impegniamo
per trovare un senso alla vita,
a questa vita, alla nostra vita,
una ragione che non sia una delle tante ragioni,
che ben conosciamo e che non ci prendono il cuore.
Si vive una sola volta
e non vogliamo essere “giocati”.
in nome di nessun piccolo interesse.

Non ci interessa la carriera,
non ci interessa il denaro,
non ci interessa la donna o l’uomo
se presentati come sesso soltanto,
non ci interessa il successo ne’ di noi ne’ delle nostre idee,
non ci interessa passare alla storia.

Ci interessa di perderci
per qualche cosa o per qualcuno
che rimarra’ anche dopo che noi saremo passati
e che costituisce la ragione del nostro ritrovarci.
Ci impegniamo
a portare un destino eterno nel tempo,
a sentirci responsabili di tutto e di tutti,
ad avviarci, sia pure attraverso un lungo errare,
verso l’amore.

Ci impegniamo
non per riordinare il mondo,
non per rifarlo su misura, ma per amarlo;
per amare
anche quello che non possiamo accettare,
anche quello che non e’ amabile,
anche quello che pare rifiutarsi all’amore,
poiche’ dietro ogni volto e sotto ogni cuore
c’e', insieme a una grande sete d’amore,
il volto e il cuore dell’amore.

Ci impegniamo
perche’ noi crediamo all’amore,
la sola certezza che non teme confronti,
la sola che basta per impegnarci perpetuamente.

(Primo Mazzolari)

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