Cos’è il Buddismo?

Buddismo

Profilo Storico e Aspetti Fondamentali

di Fabio Latini

Considerato da molti in occidente più una filosofia che una vera e propria religione, il buddismo è attualmente una delle grandi religioni mondiali. In queste pagine cercherò di tracciarne un profilo storico, evidenziandone, per quanto possibile, anche i principali aspetti filosofico-religiosi.

Le origini

Il fondatore storico del Buddismo è Gautama, o Siddharta, principe della tribù degli Shakya, che visse in India nel VI secolo a.c. circa. Non si hanno notizie più precise a causa della mancanza di una tradizione storiografica scritta nell’India di quell’epoca. Ne consegue che molte delle notizie che lo riguardano e che ci sono giunte provengono da scritture buddiste posteriori, le quali contengono descrizioni di episodi della sua vita inevitabilmente conditi di aspetti leggendari.

Anche sui nomi ci sono varie ipotesi. Infatti Siddharta significa “colui che realizza lo scopo”, ed anche Gautama è un titolo onorifico. Successivamente gli fu attribuito il nome Shakyamuni, ossia il “saggio degli Shakya”, ed è con questo nome che è più conosciuto.

Principe ereditario di un piccolo stato, era stato allevato nel lusso ed educato per diventare il re ed il capo militare. Si narra che il padre desiderava che il principe non conoscesse la vecchiaia e la sofferenza, e che per questo motivo egli fosse costantemente circondato da giovani, servitori e cortigiane.

Ma la sensibilità e lo spirito di ricerca del giovane principe lo portarono a varcare la soglia del suo rifugio dorato e ad incontrare un vecchio, un malato ed un cadavere.

Sconvolto da questa rivelazione della realtà della vita, egli arriverà a dichiarare più tardi “Sebbene fossi cresciuto nella ricchezza, ero molto sensibile per natura e mi domandai come mai, quando tutti gli uomini sono destinati a subire la vecchiaia, la malattia e la morte e nessuno può sfuggirvi, pure guardano alla vecchiaia, alla malattia e alla morte degli altri con timore, disgusto e disdegno. Non è giusto pensai, e in quel momento tutta la gioia della giovinezza, e la fierezza e il coraggio che sentivo in me per la mia buona salute mi abbandonarono1.

Consapevole dell’ineluttabilità delle quattro sofferenze di nascita, vecchiaia, malattia e morte, egli decise di abbandonare la reggia del padre per ricercare la via per la salvezza, iniziando un cammino entusiasmante per tutta l’umanità, un cammino che continua ancora oggi.

La vita del Budda

La parola “Budda” o “Buddha” significa “illuminato”. Anche se più tardi questa parola fu associata ad una entità quasi divina, nel suo significato profondo si riferisce ad un essere umano, un “comune mortale”. Ed è questo che fu Shakyamuni, un maestro del grande potenziale dell’umanità.

Per prima cosa Shakyamuni, allontanatesi dal regno paterno, ricercò un maestro da cui apprendere la strada per l’illuminazione. All’epoca vi era una forte tradizione ascetica che godeva di una grande reputazione, derivante dalla cultura brahmanica dell’India, la quale prevedeva 4 fasi nella vita di un uomo. Di queste le ultime due comportavano l’abbandono della vita secolare e la ricerca spirituale tramite l’ascetismo.

Dopo aver praticato con due maestri Yoga e condotto varie pratiche ascetiche, Shakyamuni si rese conto che queste non portavano allo scopo che si era prefisso.

Infatti lo scopo di queste pratiche, e ci riferiamo ai migliori maestri, era al più quello di fare il vuoto nella mente ed ottenere il distacco dai desideri, fino ad annullare la vita stessa. Shakyamuni aveva abbandonato la casa paterna per cercare un qualche principio di verità, qualcosa che gli permettesse di superare le sofferenze fondamentali dell’esistenza, ed ottenere la felicità, ma presto si rese conto che l’ascetismo portava all’isolamento dell’individuo, teso alla ricerca della propria salvezza personale, e quindi non poteva fornire una soluzione per la salvezza degli altri.

Come vedremo in seguito, il Buddismo contempla anche l’autodisciplina, ma questa non è fine a se stessa. Il pensiero buddista può essere meglio riassunto nel concetto di “Via di Mezzo”: “vi è una via di mezzo, o monaci, scoperta dal Thatagata, che evita questi due estremi2. Essa apporta la chiara visione e comprensione, conduce alla saggezza ed alla tranquillità, al risveglio, all’illuminazione .. “ .

Questo è il principio che indica che la mente ed il corpo sono inseparabili34.

Abbandonate dunque le pratiche ascetiche si concentrò in meditazione, proponendosi di non recedere fino a che non avesse raggiunto l’illuminazione. Sempre secondo la leggenda, giunto allo stremo delle forze, il demone Mara gli apparve, cercando in tutti i modi di impedirgli di raggiungere la meta.

Questo demone altri non era che la personificazione del suo male interiore, e dell’oscurità innata di tutta l’umanità. Mara, dicevamo, tentò in tutti i modi di dissuaderlo, suggerendo dapprima che dovesse riposarsi per ottenere il suo scopo, e poi, visto che non ci riusciva con le lusinghe, tentando di spaventarlo.

Fu una lotta interiore senza tregua, alla fine della quale Shakyamuni risultò vincitore. In realtà quello che aveva sconfitto era la natura oscurata presente nella sua stessa vita. Sconfiggendo Mara Shakyamuni poté infine ottenere l’illuminazione.

L’illuminazione

Ma che cos’era questa illuminazione cui giunse Shakyamuni? Credo che qualche parola debba essere spesa su un argomento tanto delicato come questo.

Anche se, in primo luogo, per comprendere pienamente un’esperienza come quella di Shakyamuni bisognerebbe essere noi stessi dei Budda, vorrei aggiungere che l’illuminazione non è qualcosa di distaccato ed estraneo alla comune esistenza umana. Detto questo, le varie scritture ne danno descrizioni diverse, rischiando così di confonderci le idee.

Se partiamo dalla definizione originale, il termine con cui viene definita l’illuminazione di Shakyamuni è anuttara-samyak-sambodhi, che significa “saggezza insuperata e perfetta”, cioè quella saggezza che arriva a percepire la vera natura dei molteplici fenomeni dell’esistenza.

Si tratta quindi di una comprensione chiara della realtà della vita e della sua essenza, comprensione in grado di cambiare il nostro modo di essere e di agire.

Per trasmettere questa visione della vita così intima è forse utile ripercorrere il le tappe dell’ultima notte di veglia in cui, seduto sotto l’albero della bodhi, Shakyamuni raggiunse il suo scopo, così come la raccontano i sutra Agama5. Si narra che Shakyamuni arrivò alla comprensione della realtà ultima in tre tappe.

Durante la prima veglia, dopo aver superato tutti gli stadi di una profonda meditazione, la sua mente divenne “limpida, pura incontaminata, agile e attenta .. Durante questo stadio egli concentrò la mente nel ricordo di tutte le sue precedenti esistenze. Rammentò la prima, la seconda, terza vita e così via attraverso incommensurabili eoni di tempo e innumerevoli formazioni e distruzioni dell’universo …. Non si trattò di qualcosa che gli giunse come un’intuizione .. Era un vero e proprio ricordo , perfettamente chiaro. …. Il brano si conclude con le parole: l’ignoranza perì e fece posto alla chiaroveggenza . … L’uomo non percepisce la natura della sua attuale esistenza perché accecato dall’ignoranza e dall’impurità6”. Ciò in sostanza significa che finché l’uomo vive nell’ignoranza continuerà a rinascere nelle condizioni basse dell’esistenza.

Durante la seconda veglia Shakyamuni percepì il flusso delle vite delle persone attraverso nascita e morte, cioè la legge del karman. “Acquisii il supremo occhio celeste e vidi il mondo intero come in uno specchio immacolato. Vidi la morte e la rinascita di tutte le creature a seconda che i loro atti fossero stati bassi o elevati … “. Vedendo questa realtà con un “occhio aperto naturalmente” si comprende la direzione della nostra esistenza.

Sulla terza ed ultima veglia, nella quale Shakyamuni completò il processo di illuminazione, ci sono versioni discordi degli studiosi. Da un punto di vista razionale si può affermare che si illuminò alla legge di causalità.

In alcune scritture si parla della teoria dei dodici anelli della causalità7, tipica del buddismo Theravada8, però da un punto di vista che tenga conto del suo percorso di vita si capisce come la sua illuminazione andasse al di la di questo concetto.

In tutta la sua vita di predicatore Shakyamuni visse tra la gente, esponendo la Legge o Dharma a cui si era illuminato in accordo con la loro capacità di comprensione. Questo dette origine ad un insieme di insegnamenti che mettono in evidenza aspetti particolari della sua visione della vita. Il concetto di causalità è noto in sanscrito come pratitya-samutpada9, che significa letteralmente “origine dipendente” o “co-produzione condizionata”.

Tutti gli esseri ed i fenomeni dell’universo esistono come risultato di cause. Poiché tutto nell’universo è soggetto a questa legge, niente può esistere indipendentemente dalle altre cose o nascere per virtù propria. Questa Legge è anche chiamata “fondamentale interdipendenza di tutte le cose”, sia nello spazio che nel tempo.

Vorrei concludere questa sezione con questa poetica descrizione di Ikeda:

Se guardiamo con occhi sereni al grande universo che ci circonda, scopriamo che ciò che a prima vista appare come un immenso silenzio è in realtà un pulsare continuo di creazione e mutamento. Lo stesso si può dire dell’uomo: invecchia, muore, rinasce e muore nuovamente. Nulla, sia nella natura sia nella società umana, conosce un momento di pausa, di riposo. Tutte le cose dell’universo sono in flusso costante, si levano e ricadono, appaiono e scompaiono, prigioniere di un incessante ciclo di mutamento condizionato …. Tale è la natura della realtà umana. Sono convinto che in un certo senso l’illuminazione di Shakyamuni sia stato un grido di meraviglia di fronte a questa misteriosa entità che chiamiamo vita, con la sua miriade di manifestazioni che si collegano e dipendono l’una dall’altra attraverso gli anelli di causa ed effetto.

Ma l’uomo comune non si rende conto di questa verità e ha l’illusoria convinzione di esistere indipendentemente dai suoi simili. Questa illusione lo allontana dalla legge della vita, che è la verità ultima, e lo rende prigioniero del desiderio, dal quale poi discendono la sofferenza, la tragedia e la sfortuna. Come si è sciocchi e da compatire! Ci si lascia fuorviare dall’ignoranza che è un’espressione del male e non si ha altra via di uscita se non affrontare questo demone che si annida nello spirito dell’uomo.”

La “salvezza” di tutti gli esseri

Una volta ottenuta la comprensione dell’essenza della vita, Shakyamuni si pose il quesito se dovesse condividere la sua esperienza con gli altri. Questo succede a molti uomini che si avviano verso una ricerca pura e disinteressata. Una volta venuti in possesso di una legge fondamentale o di un principio di vita si rendono conto della loro missione, e decidono di proclamarlo agli altri. Superando ancora una volta tutti i dubbi e le paure decise di predicare la Legge a cui si era illuminato. Si recò pertanto dai suoi ex maestri di ascetismo, che divennero i suoi primi discepoli.

Comprendendo che trasmettere la sua esperienza sarebbe stato molto difficile, Shakyamuni iniziò ad esporre i suoi insegnamenti basandosi inizialmente sulla capacità dei suoi interlocutori10. Secondo alcune fonti sembra che il suo primo sermone avvenne nel luogo in cui aveva ottenuto l’illuminazione, a Buddh Gaya, ed i cui contenuti sono racchiusi nell’Avatamsaka Sutra11, un testo molto elevato che riflette da vicino la vera essenza della sua illuminazione. Non essendo riuscito a far comprendere i suoi insegnamenti ai primi ascoltatori, si recò a Sarnath12 ed iniziò ad esporre i concetti delle quattro nobili verità, della dodecadecupla catena della causalità, e dell’ottuplice sentiero. Questi insegnamenti riguardano la via per sradicare l’origine della sofferenza. Per spezzare il meccanismo che, partendo dalla percezione, genera l’attaccamento, l’esistenza e quindi la sofferenza occorre seguire l’ottuplice sentiero. Poiché l’esistenza è l’origine dell’attaccamento, la via per la salvezza è l’eliminazione della brama egoistica. Questi concetti erano più semplici da comprendere, e traevano fondamento da una cultura che già apprezzava l’ascetismo.

Nel corso degli anni sempre più persone si unirono a quest’uomo eccezionale, fino a fondare un vero e proprio ordine che si manteneva grazie alle offerte dei credenti laici. In questo modo predicò per più di quaranta anni, vivendo tra le sofferenze della gente comune. Spesso si ha una visione del Budda come un essere trascendente distaccato dalla realtà quotidiana, ma questo non era certamente l’uomo Shakyamuni.

La sua dedizione nello stabilire una solida comunità di credenti e nello spiegare l’essenza della filosofia buddista ai suoi discepoli non conobbe soste. Ormai ottantenne continuava a spostarsi senza tregua e, giunto ormai ai suoi ultimi giorni, cercò di preparare i suoi discepoli a diventare indipendenti nella ricerca della loro felicità. Infatti, nonostante l’età, i discepoli si sentivano al sicuro sotto la sua ala protettrice. Al momento della morte lasciò queste istruzioni relative all’ordine ed alla condotta dei monaci “Perciò siate voi stessi la vostra isola. Prendete il vostro io come rifugio. Non cercate rifugio in altro che in voi stessi. Attenetevi fermamente alla Legge e fate che essa sia la vostra isola e non cercate rifugio in altri che in voi stessi”’.

L’individuo deve arrivare nel proprio intimo a una salda comprensione, limpida e luminosa come uno specchio , e proseguire nella sua strada con questa comprensione come unica compagna.

Nessuna religione dà maggiore importanza del Buddismo alla dignità dell’individuo ed alla sua unicità. Mentre altre religioni riconoscono l’assoluto come qualcosa che esiste fuori dell’io, nel buddismo ciò non avviene13’.

Il canone

Alla morte di Shakyamuni i monaci dell’ordine si riunirono in concilio per compilare i suoi insegnamenti trasmessi oralmente. Nacquero così i sutra14 e l’Abhidharma, l’insieme delle opere esegetiche. Tutte le scritture composte dopo la sua morte costituiscono il Canone buddista.

Nel primo periodo furono messi in particolare evidenza gli aspetti legati alla disciplina monastica ed alle pratiche ascetiche. Fra i motivi che spinsero a questo ci fu anche l’esigenza di garantire la sopravvivenza dell’ordine. Sempre più i monaci si ritirarono in vari monasteri donati da ricchi credenti laici15. L’ideale di perfezione a cui si ispiravano è l’arhat, o santo, una meta raggiungibile attraverso la pratica come shomon o shravaka, il discepolo che ascolta l’insegnamento e segue con diligenza le quattro Nobili Verità16 e L’Ottuplice sentiero17. Da questi monaci il Budda era visto come un essere che era vissuto ad un livello troppo elevato per le persone comuni, quindi i praticanti buddisti non nutrivano speranza di eguagliarlo. Ci si “accontentava” pertanto della condizione di arhat o “essere perfetto”. Anche questo stadio però è considerato difficile da raggiungere, ed anche dedicandosi con grande zelo alle pratiche religiose, le possibilità di ottenere l’autentica santità nel corso di una sola vita sono alquanto scarse. Infatti a causa del desiderio l’uomo rischia in ogni momento di soccombere.

I membri dell’ordine buddista circondarono quindi la propria esistenza di un gran numero di norme e precetti concentrandosi soltanto sulla disciplina monastica. Lo scopo originale del buddismo, condurre le genti alla salvezza, venne del tutto negletto”18. Inoltre scoppiavano controversie su chi avesse veramente raggiunto la condizione di arhat e sul modo e sulle prove necessarie per determinare la santità di una persona.

Hinayana e Mahayana

In contrapposizione a quello che avveniva tra i buddisti che si erano ritirati nei monasteri, un altro movimento prese vita e si sviluppò, un movimento collegato alla vita di tutti i giorni, e che si potrebbe impropriamente definire laico. Questo nuovo movimento divenne visibile circa 500 anni dopo la morte di Shakyamuni, ma ci sono fondati motivi per ritenere che già dal primo secolo nuclei di monaci in disaccordo con le interpretazioni degli insegnamenti di Shakyamuni esistessero all’interno della comunità monastica, o fra laici influenti sostenitori dei monaci19. In accordo con l’esempio dato dal fondatore durante la sua vita, questi praticanti ritenevano che la vera strada non fosse scollegata dalla vita quotidiana e dalla società nel suo complesso. Nacque così una sorta di “riforma” all’interno dell’ordine buddista. Per evidenziare la differenza che li divideva dai “tradizionalisti” dell’ordine, dettero al loro buddismo l’appellativo spregiativo di Hinayana, o “piccolo veicolo”. Al contrario definirono il nuovo movimento Mahayana, o “grande veicolo”.

All’ideale di “ascoltatore della voce” o shravaka viene sostituito quello di bodhisattva, cioè di illuminato che si dedica alla salvezza degli altri. I seguaci del Mahayana annunciarono che non volevano più preoccuparsi della condizione di arhat ma di concentrarsi sull’ottenimento della condizione di Budda. Dicevano: “Shakyamuni non è stato il solo budda. Purché un uomo, ogni uomo, abbia compiuto le pratiche richieste a un bodhisattva dovrebbe poterla raggiungere”.

Alcuni studiosi hanno schematizzato le differenze tra queste due correnti in 6 punti:

1 – Come già detto, lo Hinayana considera suo scopo l’ottenimento della condizione di arhat, meta raggiungibile attraverso il cosiddetto stadio di shomon o shravaka, il discepolo che ascolta di persona l’insegnamento del budda o segue con diligenza le 4 nobili verità e l’ottuplice sentiero. Il Mahayana invece mira ad ottenere la condizione di Budda, cui si può giungere osservando le pratiche del bodhisattva20. Ciò nella pratica induce a stili di vita molto diversi. Le pratiche che avrebbero condotto un bodhisattva alla condizione di budda vengono di solito definite come le sei paramita, o atti in grado di portare all’illuminazione: dono, osservanza dei precetti, pazienza, energia, meditazione ed intuizione. La più importante è il dono, ossia la donazione della legge (o dharma) alla gente sofferente. Il bodhisattva va in effetti tra la gente a predicare la verità del buddismo usando vari metodi, a seconda delle circostanze. “Il punto fondamentale è che il bodhisattva non si sforza di salvare solo se stesso, ma anzi cerca la via del Budda per avvantaggiare tutti gli esseri”21.

2 – L’Hinayana pone enfasi sul concetto di Legge Karmica, atteggiamento sostanzialmente negativo che mira a sfuggire dalle sofferenze imposte dal karman e a cercare rifugio in un’altra sfera, mirando a una condizione22 libera dal ciclo delle rinascite e delle sofferenze che ne conseguono. Il Mahayana da invece importanza al “voto” o “pratica”. E’ un approccio che cerca di propria iniziativa di affrontare le sofferenze del mondo per portare tutti gli esseri alla salvezza.

3 – L’Hinayana mira al progresso ed al miglioramento dell’individuo, mentre il Mahayana si propone di migliorare la società nel suo complesso e di salvare ogni creatura23.

4 – I buddisti Hinayana davano molta enfasi all’interpretazione letterale delle scritture, mentre i buddisti Mahayanici erano propensi ad un approccio più libero e creativo. Entrambi questi tipi di approccio hanno vantaggi e svantaggi

5 – L’Hinayana tendeva a posizioni spesso teoriche, chiara influenza della cultura predominante della casta brahmanica, da cui provenivano gran parte dei discepoli del Buddda, mentre il Mahayana, fin dall’inizio, tenne la fede e la pratica religiosa in maggior condiderazione rispetto alla teoria e all’erudizione (primato della ragione pratica24). Shakyamuni rifiutò nettamente l’atteggiamento della ricerca del sapere per il sapere, e dell’erudizione per l’erudizione. A riprova di questo fatto laciò la casa paterna e si recò tra la gente comune. Il Buddismo insegnato da Shakyamuni non aveva origine nelle speculazioni teoriche o nell’erudizione accademica25.

6 – Il buddismo Hinayana in sostanza riguardava soltanto i monaci, mentre il Mahayana si proponeva di introdurre nelle proprie attività il mondo laico.

I Sutra Mahayanici – Il Sutra del Loto

I Sutra rappresentano l’espressione della dottrina buddista nella forma letteraria tipica del”epoca. Si tratta di resoconti resi in forma poetica, provenienti dalla tradizione orale. A causa del notevole lasso di tempo intercorso tra la predicazione del fondatore e la loro stesura, sono stati sollevati molti dubbi riguardo alla corrispondenza fra i contenuti di tali opere e il dharma, la Legge predicata dal Budda. C’è inoltre il problema che talvolta tali testi si contraddicono tra loro. Senza addentrarci in questioni complesse che richiederebbero un notevole spazio, si devono fare alcune considerazioni26: come già accennato in precedenza, e come é logico supporre, nel corso di 50 anni di predicazione vi fu un certo numero di variazioni ed un’evoluzione nel modo in cui Shakyamuni presentó le sue idee, e sicuramente deve aver riconsiderato piú volte, nella sua mente, il problema di come spiegare alla gente l’essenza della sua illuminazione. Per farla breve, diciamo che ci fu un periodo “preparatorio” in cui Shakyamuni predicó il dharma adattandolo alle capacitá degli ascoltatori, conducendo le persone, anche individualmente, passo dopo passo, alla comprensione dei misteri piú profondi della sua esperienza.

Inizialmente espose i suoi insegnamenti a persone di elevata conoscenza, quali erano gli asceti ed i suoi primi discepoli. Con la crescita del numero di seguaci e la formazione di un vero e proprio ordine, formuló norme di condotta per la disciplina del gruppo (vinaya)27. Successivamente cominció ad annoverare fra i propri seguaci non solo monaci, ma folti gruppi di laici. Dopo quarant’anni in cui la sua propagazione era stata, come dire, adattata agli interlocutori che via via si aggiungevano, non sorprende che abbia deciso di rivelare al mondo l’essenza del suo insegnamento. Dobbiamo supporre che gli insegnamenti relativi ad un dato periodo siano stati tramandati, dopo la sua morte, secondo una tradizione particolare all’interno della tradizione buddista. Questo spiega in parte la formazione di diversi tipi di testi rispecchianti il pensiero di tali correnti.

Fra tutti i numerosissimi testi, con le loro differenti traduzioni, che compongono il Canone buddista, il sutra del Loto viene di solito considerato il più significativo. Si tramanda che Shakyamuni predicò i contenuti del Loto durante gli ultimi otto anni della sua vita. In seguito i suoi discepoli ne raccolsero i sermoni, e passarono diversi secoli prima che il sutra assumesse la forma attuale, cosa del resto accaduta a molte scritture buddiste.

Le motivazioni di questo sono complesse, ed il dibattito è ancora aperto, ma possiamo supporre che oltre alla necessita di stabilire regole per la sopravvivena dell’ordine alla morte di Shakyamuni, fatto giá menzionato, i suoi discepoli principali erano stati istruiti fin dall’inizio in versioni “parziali” del dharma, mentre una parte dei sostenitori aggiuntasi successivamente abbe accesso direttamente agli insegnamenti piú profondi.

Il Loto, il cui titolo sanscrito è Saddharma Pundarika Sutra, rappresenta una sorta di compendio e di summa dell’intero sistema filosofico del buddismo indiano originato da Shakyamuni. Il testo fu diffuso ampiamente in Cina e Giappone, anche grazie alla traduzione cinese del monaco indiano Kumarajiva28, intitolata Miao-fa lien hua-ching o Myoho-renge-kyo, ed all’opera esegetica di Chih-k’ai o Chih-i (538-597), fondatore della scuola Tien-t’ai.

Ma quali sono gli insegnamenti esposti nel Sutra del Loto?

Secondo i testi Hinayana è esistito un solo Budda, Shakyamuni, la cui illuminazione è un evento storico. Nel Sutra del Loto questo concetto viene annullato mediante la rappresentazione allegorica di un gigantesco stupa29 al cui interno siede un altro Budda. Questo evento immaginario ha lo scopo di “destare ed eccitare la mente con un certo numero di eventi straordinari .. Soltanto attraverso una simile impressione di meraviglia e di timore é possibile visualizzarlo”30. Il messaggio derivante dal brano è che il mondo di Budda è presente nella forza vitale di ciascun individuo.

In un passaggio fondamentale del Sutra Shakyamuni rivela di aver ottenuto la condizione di Budda durante innumerevoli eoni passati, grazie alla pratica della via del Bodhisattva.

Questo significa che la condizione di Budda è inerente alla vita stessa, e che non sono necessarie innumerevoli pratiche purificatrici, attraverso le quali l’imperfetta natura umana debba essere preventivamente “redenta”. L’illuminazione è invece da ricercarsi “nella vita umana”, e l’azione necessaria è praticare la via del bodhisattva.

Questo concetto puó apparire scontato oggigiorno, ma se pensiamo ai nostri limiti di persone comuni, cosí come certamente avranno fatto i discepoli di Shakyamuni, l’idea di potere accedere alla condizione di felicitá dello stato di budditá ci apparirá alquanto remota.

Così come il loto, pur generando fiori stupendi, affonda le radici nel fango dello stagno, così l’autentico praticante del dharma vive e opera in mezzo alla confusione e allo scompiglio della societá di tutti i giorni, dividendo gioie e dolori con la gente comune ed esemplificando con il suo modo di vivere il vero spirito del Sutra del Loto31.

Altri filosofi

Nel corso dei duemilacinquecento anni che ci separano dall’epoca in cui visse Shakyamuni sono apparsi altri grandi filosofi buddisti che hanno approfondito la comprensione della legge della vita. Una disamina accurata di tutti questi importanti contributi e scuole di pensiero esula per il momento dagli scopi di questo scritto.

Vorrei ricordare come nella prima metá del primo millennio d.c. il Buddismo perse gradualmente influenza in India, ma questo fu compensato dalla sua diffusione verso il paesi dell’estremo oriente, primo fra tutti la Cina, anche ad opera di grandi traduttori.

Tra i filosofi indiani spicca Nagarjuna, ideatore della teoria della dottrina mediana e del vuoto, che fu una grande studioso dei sutra Mahayanici, ed in particolare del Sutra del Loto.

La sua opera fu fondamentale per la successiva diffusione ed affermazione del Loto in Cina, il cui principale artefice fu il monaco cinese Chi’i Tien Tai, giá ricordato in precedenza, a cui si deve la sistematizzazione delle dottrine buddiste ed uno studio approfondito del Sutra del Loto.

È di quest’ultimo la formulazione del principio di ichinen sanzen32, raffinata teoria dove si spiega il meccanismo di funzionamento della vita (o esistenza), nella sua forma senziente (esseri animati) ed insenziente (esseri inanimati e piante), tenendo conto di tutte relazioni (ambiente naturale, ambiente sociale, caratteristiche individuali, educazione, inconscio).

Pochi anni dopo l’introduzione in Cina, il buddismo inizió a diffondersi anche in Giappone, dove si svilupparono numerose scuole, derivate alle rispettive correnti del buddismo cinese.

Nichiren Daishonin (1222-1282) è considerato un grande riformatore del Buddismo medievale giapponese. La sua dottrina si basa sul Sutra del Loto e su gli insegnamenti di T’ient-t’ai e e del monaco giapponese Dengyo (767-822).

L’ultimo giorno

Chiudo questa, purtroppo incompleta, panoramica sul buddismo con un concetto che ritengo importante per capirne la dinamicità e la sua forte spinta riformatrice, in accordo nello spirito con la vita e le azioni del fondatore. Uno dei capisaldi della filosofia buddista è il principio di transitorietá: tutto è in divenire. Da questo punto di vista anche l’insegnamento, la Legge a cui un budda si è illuminato ha una durata, cioè è valida per un certo periodo di tempo. Intendiamoci, la legge dell’esistenza non cambia, ma la forma che assume e soprattutto la capacità che ha di condurre le persone all’illuminazione dipende dall’epoca. Per fare un esempio ai nostri giorni nel mondo occidentale è molto difficile poter vivere ritirandosi dal mondo, o perlomeno complicato. Inoltre si rischia di non poter trasmettere il nostro messaggio agli altri. La tradizione divide la durata della Legge del Budda Shakyamuni in tre periodi, i cosiddetti primo, medio ed ultimo giorno della Legge, durante i quali il beneficio dell’insegnamento di Shakyamuni perde gradualmente la sua efficacia. Giunti ormai nel terzo periodo, anche se l’essenza dell’illuminazione di Shakyamuni rimane valida ancor oggi, questa è un’epoca in cui si rende necessaria una rivitalizzazione della Legge buddista che vada incontro ai bisogni dell’umanità.

1 Daisaku Ikeda, “La vita del Budda”. Bompiani. Di seguito indicato con D. I. VdB.

2 Dell’edonismo e dell’ascesi.

3 D. I. VdB.

4Questo principio prende anche il nome di “inseparabilità di corpo e mente”, e spiega che l’aspetto spirituale, ossia il pensiero, non esiste separatamente dal corpo.

5 “Sacri insegnamenti”, o “tradizione”. Dedicano grande attenzione ai precetti ed alle regole di disciplina.

6 D. I. VdB.

7 In ordine inverso: 12) l’invecchiamento e la morte sono causati dalla nascita; 11) la nascita è causata dall’esistenza; 10) a sua volta l’esistenza è causata dall’attaccamento; 9) l’attaccamento è causato dal desidero; 8) il desiderio è causato dalla sensazione; 7)la sensazione è cusata dal contatto; 6) il contatto è causato dai sei organi di senso; 5)i sei organi di senso sono cusati dal nome e dalla forma (ovvero dall’individuo) ; 4) l’individuo è causato dalla coscienza; 3) la coscienza è causata dal karman; 2) il karman è causato dall’ignoranza; 1) l’ignoranza è la fonte di tutte le sofferenze.

8 Tipo di Buddismo praticato nelle aree al sud dell’India.

9 Engi in giapponese.

10 In Cina la scuola buddista Tien T’ai divide gli insegnamenti del Buddha in cinque periodi, il che spiega la distanza che può esservi fra le dottrine pratiche esposte nei sutra Agon o Agama ed il contenuto profondo dell’illuminazione del Budda, esemplificato dal principio dell’origine dipendente o co-produzione condizionata. Questi 5 periodi sono:

Il sutra Avatamsaka, i sutra Agama, il periodo dei sutra Mahayana (vaipulya), il periodo dei sutra della Prajna-paramita, ed infine il periodo in cui insegnò il sutra del Loto.

11 Contenente la dottrina dela fondamentale interdipendenza di tutte le cose nel regno della legge cosmica.

12 Episodio tramandato come “La prima messa in moto della ruota della Legge”.

13 D. I. VdB.

14 Trascrizioni in prosa e versi degli insegnamenti e descrizioni di episodi della vita di Shakyamuni.

15 Sembra che i monaci fossero organizzati in molteplici realtà locali, più che in un vero e proprio ordine monolitico. Questa sarà una delle cause della nascita di molteplici scuole, talvolta in contrasto tra di loro.

16 Esse sono: 1) c’è la sofferenza 2) c’è l’origine della sofferenza 3) c’è la cessazione della sofferenza 4) c’è la via che porta alla cessazione della sofferenza.

17 Ottuplice Sentiero: l’opposto dei dodici anelli della causalità. Esso è composto da: 1) retta comprensione 2) retta motivazione 3) retta parola 4) retta azione 5) retta vita 6) retto sforzo 7) retta consapevolezza 8) retta concentrazione.

18 Ikeda, Buddismo, il primo millennio – Bompiani.

19 Circa un secolo dopo la morte di Shakyamuni ebbe luogo un secondo concilio. In questo periodo l’ordine buddista sembra essersi diviso in due principali fazioni, una conosciuta come Theravada, o “insegnamento degli anziani”, l’altro come Mahasangrika, o “membri del grande ordine”.

20 Il filosofo indiano Nagarjuna nella sua opera Mahaprajnaparamitopadesha definisce il bodhisattva come segue: “Colui che cerca la Via del Budda per liberare tutti gli esseri senzienti da nascita, vecchiaia, malattia e morte è chiamato bodhisattva”. Questo è il “grande voto” del bodhisattva.

21 D. Ikeda, Buddismo, il primo millennio – Bompiani

22Codizione del nirvana, uno stato di pace e di annientamento ove non si è più soggetti al ciclo delle rinascite. Il significato del termina nirvana può però essere usato anche in senso diverso, ossia la condizione di illuminazione ricercata dai buddisti mahayanici.

23da qui il significato dei termini Hinayana = “piccolo veicolo”‘, cio+ in grado di salvare una sola persona, e Mahayana = “‘grande veicolo”, adatto a condurre i salvo tutte le creature.

24G.Pasqualotto, Illuminismo e Illuminazione, Saggine.

25karl jaspers: ” Ciò che il Budda ha insegnato non è un sistema epistemologico, ma una strada verso la salvezza”.

26D. Ikeda, Buddismo, il primo millennio – Bompiani

27 Questi fanno parte dei primi insegnamenti Agama,

28 Eseguita attorno al 400 d.c. a Chang-an, in Cina.

29 Torre o costruzione votiva.

30 Jaspers, Karl, The Great Philosophers.

31 D. Ikeda, Buddismo, il primo millennio – Bompiani

32Che puó essere tradotto come “tremila regni in un singolo istante di vita”.

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